Il calendario azteco divideva l’anno in diciotto mesi da venti giorni, a cui seguiva, per arrivare a 365 e chiudere l’anno, un periodo di cinque giorni, durante i quali ogni attività umana era ridotta al minimo. Questi giorni erano chiamati «nemontemi».

[Giuseppe Nava è nato a Lecco nel 1981 e vive a Trieste. Ha pubblicato Esecuzioni (d’If 2013, Premio Mazzacurati-Russo) e figura tra i curatori dell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila (Gwynplaine, 2014). Suoi testi sono stati pubblicati su varie riviste e siti, tra cui InPensiero e Nazione Indiana. È presidente dell’associazione culturale Charta Sporca, che pubblica l’omonima rivista, e fa parte delle redazioni di Bollettino ‘900, Argo e Poesia del Nostro Tempo. Collabora inoltre all’organizzazione del Trieste International Poetry Slam.
Una prima versione di Nemontemi è stata finalista al Premio Montano 2015.]

da Nemontemi

se ne va il veleno a poco a poco
da quei cinque giorni innominabili
si sposta l’asse delle cose amate e dà vertigine
per noi che ci vediamo nello specchio che fuma
si raggrumano risposte, si staccano le croste
dalla pelle tatuata, si incide la ferita
e si succhia via il veleno, a poco a poco,
non fa male dici, ma l’anno nuovo
deve ancora incominciare

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