UN COMMENTO DI MARCO SCARPA A ‘OSSIDI SE PIOVE’ E ‘MANO MORTA CON DITA’

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Il commento di Marco Scarpa ai libri Ossidi se piove e mano morta con dita, in occasione della rassegna TRAversi (Treviso, Cà dei Ricchi – 6 aprile 2013), ospiti Antonella Bukovaz e Prufrock spa:

Cosa hanno in comune i due autori invitati questa sera?
Il linguaggio, la lingua parlata e la lingua pensata e interiorizzata abbiamo visto come siano epicentro nella poesia di Antonella Bukovaz, come siano panorama entro cui scavare e questa ricerca, questo sondare l’esperienza della lingua è aspetto primario anche in Luca Rizzatello. L’autore, scrive, cerca “la parola come unità”, non “le sillabe o le loro ricorrenze, o il loro iterarsi”, non cerca una “disgregazione del linguaggio. Cerco al contrario una aggregazione del linguaggio, una calcificazione che lo tenga quanto più possibile fissato alla pagina”. Questo l’obiettivo dunque e seppure le modalità di ricerca siano assai differenti rispetto alla Bukovaz, altro dato comune è la voglia di unire ai testi alcune immagini, video, incisioni, suoni cercando di creare/capire un intero nuovo o diverso mondo.
Il lavoro di scavo nella lingua di Luca Rizzatello non conosce confini storico-linguistici né limiti spazio-temporali e neppure criteri realistici o visionari entro cui restare. Luca spazia e lo sa fare unendo grande acume nelle scelte lessicali, cura nell’elaborazione fonetica, sarcasmo e lucidità, indagine e dubbio, inventiva citazionistica. Questa poesia così laboriosa costringe il lettore a continue soste ma innalza pure in picchi espressivi ed è un degno risarcimento alla parola così bistrattata dal comune comunicare in cui ci raccapezziamo tra termini poveri, fretta di frasi, vocaboli offensivi o sciocchi. Ad un primo approccio il tutto può sembrare un gioco colto che mira a ricreare o denigrare quel flusso mentale entro cui la confusione e l’urgenza ci avvinghia ma leggendo e soprattutto rileggendo si scopre molto altro.
Per dare qualche input attorno ai testi prendiamo ad esempio il primo libro Ossidi se piove che idealmente richiama alla mente gli Ossi di seppia di Montale. Luca scrive che le prime due sezioni rappresentano una sorta di saga familiare. La prima sezione si intitola chiusa per rinnovo organi e già il titolo pone degli indizi verso una dismissione, un restauro o una riapertura di qualcosa che è interno, vitale, inescludibile. Per comprendere e mettere in mostra la sua ricerca, Luca Rizzatello inscena una sorta di storia che lega le varie poesie della sezione. I protagonisti sono una monaca che per pudore si è rinchiusa in convento ma la cui speranza un giorno è uscire e un carcerato con cui intraprende una fitta corrispondenza. Gli indizi in questo autore sono soprattutto simboli da ricercare per il lettore che si trova proiettato entro una storia di mistero, avvolto in una trama grottesca. E così la monaca, ossessionata dal ripensare le sue scelte, trova nel carcerato l’uomo giusto che scatena in lei pensieri di passioni, l’uomo in grado di capire la sua dimensione di reclusa grazie alla quale ritiene di avere diritto a qualche difetto. La monaca ipotizza pure di lasciare il convento per poi aspettare il suo amore epistolare all’uscita dal carcere se non fosse che lui, in una evasione di massa, esce dal carcere, scappa ma non ritrova la sua corrispondente, colei che era la donna giusta per lui che tante parole d’amore aveva speso per lui, uomo di così poco valore.
L’amore però affonda insieme allo spezzarsi di questa corrispondenza e quella che pareva una liberazione per lei (coronando il suo sogno di uscire dal convento) e per lui (la libertà all’uscita di galera) diviene per contrasto il baratro per entrambi. Questo risvolto rimane però indefinito poiché la monaca, distrutta dall’odio per l’amore spaccato, cova idee di suicidio, l’unico futuro senza difetti che a cui lei oramai ambisce.
Tutte queste diapositive, questi flash che si succedono sembrano gli episodi di un telefilm, con la fine di ogni poesia che crea suspence, un’attesa che costringe il lettore a catapultarsi verso la successiva poesia per scoprire la fine della storia. E nel mezzo di queste, vi sono invettive verso un “tu sei” che racchiude una vita, racchiude immaginazioni, intrecci di storia e cultura, dati concreti e apparizioni visionarie, continue interrogazioni, riconferme e smentire di quanto si possa pensare, sperare, provare e capire. E come finisce? Non finisce e qui c’è la corrispondenza con la vita, con il suo essere spesso ad un passo da una fine che non finisce mai del tutto. Poi oltre, proseguendo, troviamo la sezione denominata Demhooneysm, neologismo farcito di termini inglesi, che ruota attorno all’epopea dell’allunaggio, quando il primo uomo ha messo piede sulla Luna. Anche qui il meccanismo è quello della narrazione ibrida per parlare soprattutto d’altro. Troviamo l’evoluzione della specie esposta in un riassunto telegrafico, le incongruenze umane, il pensiero ardito nel credersi un essere superiore sempre proiettato in un altrove da scoprire e costruire e poi le bassezze, la desolazione dietro i vuoti riempiti, il nuovo che avanza.
Scrive Luca Rizzatello : si necessita la “colonizzazione lunare / prima che il giocattolo salti”, dunque il mondo con cui l’uomo gioca a fare il saputello. Si chiede poi l’autore “qual è la logica / di una messinscena ricorrente”, perché è questa l’esistenza, un film che abbellisce e si ravviva. Al centro la saga di quest’uomo prescelto che deve andare per primo sulla Luna, diviso tra dubbi e sogni, tra l’essere cavia e il predestinato per salvare il mondo.
Ma la fuga non esiste, questa la realistica conclusione.
Il passo che conduce a mano morta con dita, la seconda e ultima pubblicazione, non prende alla sprovvista chi già ha scoperto l’emisfero di Luca Rizzatello. Questo libro è un progetto più ampio che non comprende solo i testi ma pure un dialogo attivo con alcune incisioni di Nicola Cavallaro. Mi limito alla parte testuale dicendo che si tratta di un insieme che comprende 11 poesie tutte di 11 versi tutti endecasillabi, o quasi. Già questo scenario prospetta un’idea di ordine, di cura, una sorta di assetto per la comprensione con all’interno una sorta di virus, di imperfezione che mima la vita.
Le prime parole sono: “All’occorrenza andrebbe stabilita”, quasi fosse una norma da imporre, una metodica comportamentale o scenica e quanto si apre ha le sembianze di un’ennesima rappresentazione teatrale di quanto la civiltà racchiuda al suo interno.
I protagonisti di Ossidi se piove sono qui ancora più surreali eppure non così distanti dal poterli credere impossibili. Troviamo qui la monaca macchiata di sugo, la mistica isterica che ride rinominata l’appesa, miss massachussetts che si diverte a sculacciare, il nano travestito da neonato che fa l’analista, il padre dell’appesa con la psoriasi psicosomatica, due becchini part time, il tutto ambientato dentro un manicomio per suore od una sorta di castello ecclesiastico.
Le scene poi sono condite da panico surreale al limite dello splatter e tra le righe si colgono le parole “tutto si fa per finta sul set” quasi fosse davvero un film ma c’è qualcosa che si trascina oltre una trama che il mistero non fa trapelare. L’attenzione è sempre rivolta a piccoli dettagli irrilevanti che spostano l’attenzione dalla tragedia imminente e i protagonisti hanno tutti doppie facce, doppi ruoli, ambigui comportamenti. C’è chi cura ma al contempo fa quanto il malato non dovrebbe fare e per un attimo ci si sente protagonisti solo minimamente più reali ma con caratteristiche simili.
Noi tutti facciamo quanto agli altri critichiamo, quanto agli altri diciamo di non fare, forse è questo uno dei messaggi sottesi. Come finisce questa matassa di esistenze assurde?
Nemmeno questa volta è dato saperlo, pare una storia in cui si debba aguzzare i sensi per cogliere il colpevole quando poi ci si accorge che colpevoli lo siamo tutti. E il mistero continua ad infittirsi mentre Luca Rizzatello ghigna dietro queste abili marionette.

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